| =COSTITUZIONE ITALIANA. FLAT TAX, UN'ALTRA MINA IN AGGUATO = |
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| Scritto da Redazione |
| Domenica 25 Febbraio 2018 09:32 |
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” La flat tax, se introdotta, porterà aumenti vertiginosi dell’imposizione indiretta per coprire la spesa pubblica indispensabile, che rimarrà scoperta. Questo significa, in sostanza, aumento vertiginoso dei costi a carico dei più poveri, a tutto beneficio dei più ricchi. Insomma: che meno del 10 % possegga oltre il 90% della ricchezza al mondo, non basta; per qualcuno occorre rafforzare il dato. ” di Gianvito Pugliese Trattare temi di carattere fiscale è sempre rischioso. La politica, quella con la p minuscola, si ricorda della questione in due casi: 1.quando deve rastrellare risorse ingenti per un’emergenza sopravvenuta o raschiare il fondo del barile per una spesa sottovalutata, che esplode in tutta la sua concreta entità; Avviene così che, nell’imminenza delle elezioni politiche fissate per il 4 marzo 2018, data in cui il popolo italiano sovrano, ma sempre meno ascoltato e rispettato dai politicanti, andrà a votare con il Rosatellum, legge elettorale che, stando ai più autorevoli sondaggi, produrrà l’assoluta impossibilità di un governo, si appalesi un fronte elettorale che fa della flat tax una delle principali bandiere. La flat tax, dice Wikipedia, l’enciclopedia dei cybernauti, è un sistema fiscale proporzionale e non progressivo, soprattutto se non accompagnato da deduzioni fiscali o detrazioni, nel qual caso, anche se l’aliquota legale è costante, l’aliquota media diviene crescente. Da una coalizione politica l’aliquota proporzionale (cioè uguale per tutti) viene introdotta nel nostro sistema fiscale ed indicata
oscillante tra il 15% (Lega, già Nord) e il 23% (Forza Italia). In un Paese come l’Italia, in cui la pressione fiscale è ai più alti livelli europei, come pure l’evasione e l’elusione, la proposta appare subito affascinante e dirompente. Chiariamo subito che, se da un lato la maggiore induzione all’evasione (e connessa elusione) deriva dal cattivo uso del denaro pubblico, io contribuente, che mi vedo sottrarre dal fisco esoso finanche quello che mi servirebbe per sopravvivere dignitosamente, e poi, a fronte di tali riscossioni, non ricevo servizi ed assistenza adeguati e vedo il mio sacrificio vanificato in sprechi e ruberie di ogni genere, posso essere mai indotto a pagare di buon grado, così come avviene nei Paesi scandinavi, dove pure la pressione fiscale raggiunge e supera il 60%, ma nessuno si lamenta? Secondo deterrente, altrettanto incisivo, un rapporto col fisco non corretto, più simile al gioco infantile del guardia e ladro, che ad una legislazione e regolamentazione degna di un Paese civile europeo. Se la relazione al parlamento di Vincenzo Visco - ministro delle finanze dal 1996 al 2000 (governi: Prodi I, D’Alema I e D’Alema II; lo era già stato, per pochi giorni soltanto, nel 1993 con il governo Ciampi) - a proposito del diverso trattamento tra lavoro subordinato ed autonomo nell’Irpef, è emblematica (parafraso a memoria, ma diceva più o meno così: “ai lavoratori autonomi va applicata un’aliquota decisamente maggiore, per fargli pagare il dovuto, dappoiché certamente, avendone la possibilità, non dichiareranno parte dei proventi”), sono sotto gli occhi di tutti le vessazioni quotidiane, a danno dei piccoli “evasori” che praticano Equitalia, o Agenzia delle Entrate -Riscossione, che più corretto sarebbe stato chiamare Iniquitalia. Con i grandi e grandissimi evasori il discorso muta; concordano col fisco, nei rarissimi casi in cui vengono pescati con le mani nella marmellata, l’arretrato, pagando dal 10 al 15% dell’evaso, o meglio del non dichiarato accertato, e ciò nonostante che l’accordo permetta loro di evitare forse la galera, prevista “teoricamente” per evasioni di notevoli dimensioni. Per i piccoli, spesso male assistiti, invece, nessuna pietà: si vedono pignorare le poche cose che ancora posseggono, quelle sopravvissute alle razzie degli altrettanto famelici istituti di credito.
Due commi sintetici, di non difficile interpretazione, ma al tempo stesso un monumento di chiarezza ed un argine a difesa, prima ancora che del principio di capacità contributiva, che da quella fonte normativa trae origine, del principio di solidarietà sociale di cui la nostra Carta Costituzionale è intrisa. Chiariamo subito che con il termine tutti ci si rivolge non ai soli cittadini o ai residenti, ma a tutti, appunto, coloro che producono reddito e ricchezza sul suolo nazionale. Eccezioni sono previste nei trattati bi- o plurilaterali tra nazioni. Il requisito della stabile organizzazione in Italia, previsto dalla normativa ordinaria, entrerà in gioco a meglio specificare o circoscrivere la portata di quel tutti. Tutti coloro che producono reddito o ricchezza devono contribuire alle spese pubbliche, come? “In ragione della propria capacità contributiva”, per la semplice ragione che producono e che quindi possono contribuire al sostegno delle spese pubbliche che vanno sostenute attraverso l’imposta (entrata fiscale destinata alla copertura integrale delle spese pubbliche essenziali). Questa è la lettura corretta: chi ha voluto leggere quel “in ragione” come in proporzione, e ravvisare quindi una contraddizione tra questa proporzionalità e la progressività contenuta nel comma II, sbaglia e lo fa volutamente. Il secondo comma introduce il principio di progressività a cui deve, o dovrebbe essere informato il sistema fiscale. Tanto è indispensabile per i Padri costituenti per realizzare quell’equità fiscale che è alla base del principio di solidarietà sociale, per cui chi più ha più deve dare: 1. perché può farlo con un sacrificio relativo; 2. perché se non viene assicurata la pace sociale il primo che ne subisce pesanti conseguenze è colui che possiede di più. Qui andrebbe chiarito che, non è che, alla fine dei conti, considerate le fonti delle entrate erariali di carattere fiscale, il sistema Certamente, il primo principio di giustizia fiscale sarebbe quello di far pagare a tutti il dovuto. Fino a che il tasso d’evasione stimato sarà quello che oggi viviamo, fino a che saremo esposti ad accertamenti fantasiosi, determinati dalla maggiore o minore “simpatia” dell’accertatore nei confronti del contribuente, avremo sempre e comunque un sistema da repubblica delle banane ed è quello attuale, dove tutto o quasi si regge sul prelievo del reddito fisso da lavoro dipendente, peraltro già gravato da ritenuta alla fonte, con tanto di sostituto d’imposta. Qualcosa si sta facendo in tema di accertamento, ma è assai poco, considerata l’enorme massa di denaro che sfugge ad ogni controllo, che viaggia nei canali del sommerso, del lavoro nero, del riciclaggio del denaro proveniente da operazioni illecite. La mafia la si combatte, innanzitutto, intercettando i flussi enormi di capitali da fonte illecita, come ci hanno insegnato Borsellino, Falcone ed i tanti nomi più o meno illustri, ma non perciò meno importanti. Ma di questo, sarà che sono sordo io, ma non sento parlare in questa campagna elettorale e quando ne parlano, ascolto solo discorsi demagogici e null’altro.
Se mi è permesso, vorrei concludere: difendiamo la nostra Costituzione, così come abbiamo fatto col nostro sistema parlamentare, che si voleva stravolgere. La governabilità è un bene prezioso, ma la democrazia lo è molto di più e i nostri Padri costituenti lo sapevano benissimo. . |
| Ultimo aggiornamento Sabato 03 Marzo 2018 13:17 |