| =PRIVATIZZAZIONI, IN ITALIA E' STORIA DI SVENDITE= |
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| Scritto da Redazione |
| Mercoledì 01 Gennaio 2014 23:26 |
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di Mino Magrone ______________ Attraverso maglie sempre più strette è ancora possibile criticare il pensiero unico dominante in Europa e nella sua insignificante provincia italiana. Vediamo di che cosa si tratta questa volta. E’ il piano di dismissioni e privatizzazioni di imprese pubbliche predisposto dal governo italiano che prevede un’entrata di 12 miliardi di euro. I poveri lo sanno molto bene. Nei momenti di crisi si moltiplicano le figure (i figuri!) di compratori a buon mercato di beni messi in vendita da chi ha bisogno di mezzi liquidi per andare avanti. E’ per questo motivo che i compro-oro si moltiplicano e nascono come funghi in tutti i mercati anche in quelli pomposamente definiti globalizzati. Il fenomeno della svendita di capitale pubblico in Italia ormai ha una sua storia alle spalle. Si tratta di una storia (più appropriato sarebbe parlare di cronaca nera) che ormai risale agli inizi degli anni Novanta quando, appunto nel 1992, per 1.496 milioni di euro furono vendute Cementir, Stet, Pavesi, Ilva Pomigliano, Efim. L’elenco delle vendite è molto lungo. Ora, il piano del governo, tra le altre, prevede di vendere la quota strategica del 3% dell’Eni. Si L’Eni è una nostra storica e strategica impresa pubblica. In più riprese ma inesorabilmente sta passando dalla mano pubblica a quella privata anche estera. C’è da augurarsi che almeno per l’Eni la Cdp (Cassa Depositi e Prestiti) faccia, come ha fatto per il recente passato, la sua parte. Che acquisti cioè la quota Eni mantenendola così sostanzialmente pubblica. La quota Eni in vendita resterebbe pubblica perché la Cassa depositi e prestiti ha il capitale per l’80% posseduto dallo Stato. Nel recente passato quando si è trattato della cessione di quote di capitale della Fintecna, dell’Ansaldo energia, della stessa Eni, dell’Enel ma anche di Snam, Terna, le quote sono state acquistate dalla Cdp. Si è gridato allora allo scandalo perché il pensiero unico definì tali passaggi di quote privatizzazioni simulate: in realtà, si disse, esse erano piuttosto artifici contabili e non dismissioni vere e proprie.
Un semplice pensiero come questo, una strategia di uscita dalla crisi come questa (figuriamoci una prassi economica come questa), oggi sarebbe accusata di eresia e i suoi sostenitori mandati al rogo. La speranza è che la Cdp intervenga non soltanto per l’acquisto delle quote Eni ma anche per il 60% di Sace, il 40% di Fincantieri e di Enav e per la restante quota del 60% di Grandi Stazioni ancora oggi posseduta dalle Ferrovie dello Stato. Renzi, Letta e compagnia bella si accingono a sfigurare definitivamente la nostra Carta Costituzionale del 1948 Sono divise e confuse anche nel rivendicare e proteggere lo spirito stesso della nostra Costituzione: quello appunto che prospetta per il nostro paese la cosiddetta economia mista fatta cioè di imprese private e pubbliche inserite nel mercato concorrenziale. Con i tempi che corrono (impera infatti il Commissario Ue agli affari economici Olli Rehn) siamo ridotti a sperare nell’intervento della Cdp. L’Iri è ormai un ricordo che neppure nei testi di storia dei fatti economici viene citato e lo spirito della nostra Costituzione tramonta sotto i colpi mortali inferti dallo stesso Presidente della Repubblica e dalle nutrite schiere di fans vocianti: una sola, identica, cacofonica lingua nel triste teatro della politica italiana. .
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Gennaio 2014 00:52 |